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10/03/2009 All'Università "Federico II" dibattito sul "Nuovo Dizionario Antimafia"
«Con gli strumenti normativi che abbiamo a disposizione difficilmente riusciremo a sconfiggere i clan. Penso alla fattispecie del concorso esterno in associazione mafiosa, assolutamente inadatta, così com’è configurata, a colpire i rapporti tra imprese legali e camorra, che si offre alle aziende pulite in qualità di fornitrice di servizi a prezzi stracciati e convenienti». Si concentra su questo punto, ma anche sul timore di un pericoloso restringimento del campo delle intercettazioni, l’allarme lanciato da Franco Roberti, attualmente coordinatore della Dda di Napoli, e tra pochi giorni procuratore capo a Salerno. Il magistrato è intervenuto al dibattito che si è tenuto nella Facoltà di Sociologia dell’Università «Federico II» per la presentazione del volume Nuovo Dizionario di mafia e antimafia, (Ega editore, 2008), a cura del magistrato Livio Pepino, presente all’incontro, e della coordinatrice di Narcomafie (rivista a cura dell’associazione Libera) Manuela Mareso.
Seicento pagine, novantatre voci, trentasette autori tra studiosi, magistrati, funzionari statali, per raccontare la storia della lotta al fenomeno del crimine organizzato, e le sue principali articolazioni, attraverso una serie di parole chiave. Un «volume necessario», come l’ha definito Roberti, ma che sconta il limite, naturale, della difficoltà di incanalare una così ampia fenomenologia in categorie, o «voci» prestabilite. E così il libro risulta un po’ troppo «mafiacentrico», non riuscendo a raccontare, «ed è auspicabile che lo faccia nella prossima edizione», come suggerisce il sociologo Isaia Sales, le principali differenze, e i punti comuni, tra la criminalità siciliana, quella campana e quella calabrese. Ed è proprio intorno a questo nodo che si è sviluppato il dibattito, al quale hanno partecipato anche il sociologo Amato Lamberti, docente all’ateneo partenopeo e direttore scientifico dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità del Corriere del Mezzogiorno e Geppino Fiorenza, coordinatore del Centro di Documentazione contro la camorra della Regione Campania e rappresentante di Libera. Pepino inizia demolendo quello che considera un luogo comune sulle mafie, e cioè il loro stretto legame con una cultura arcaica: «I clan, piuttosto, hanno vinto la sfida con la modernità, trasformandosi e arricchendosi grazie alla loro capacità di penetrazione in mercati in continua evoluzione. Nè deve trarre in inganno — continua il magistrato — e far pensare a realtà arcaiche e culturalmente arretrate, l’adozione, da parte dei clan, di codici e riti: lo fabbo anche le classi dirigenti riunite nella massoneria». Poi il curatore del volume individua tre elementi a suo avviso comuni, e caratterizzanti, a tutte le mafie: il vivere di consenso sociale, l’essere interclassiste, intrattenere stretti rapporti con la politica. Lamberti si spinge oltre, su questo punto, affermando, in una lettura piuttosto disperante, e per sua stessa ammissione «estrema», che «la mafia è la forma della politica nel Meridione», laddove proprio il rapporto strutturale con la classe dirigente costituirebbe il principale punto di forza del crimine organizzato che affligge le regioni del Sud Italia: «I casalesi — afferma il sociologo — hanno fatto il salto di qualità quando un politico a loro vicino li ha fatti accedere agli appalti per la linea dell’alta velocità e ai fondi per la ricostruzione post-terremoto».
Sales individua piuttosto nella considerevole durata storica, «che è mancata, ad esempio, nei casi della Banda della Magliana o del Brenta», una delle caratteristiche che segnano la natura "mafiosa" di un fenomeno criminale, accanto alla «capacità di intrecciare mercati legali e illegali». Il sociologo, infine, preferisce parlare di «comprensione», piuttosto che di «consenso» per definire l’atteggiamento di mancata condanna, o di tolleranza, da parte del popolo, dei disvalori sociali e culturali espressi dai clan mafiosi.
pubblicato il 10/03/2009 |
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